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La mia idea di carcere

Il carcere deve rappresentare un’autentica occasione di riscatto sociale e un luogo di riflessione per chi ha commesso un reato

I reati non sono aumentati, ma i detenuti aumentano a dismisura; quindi, il carcere si configura sempre di più come l’unica risposta punitiva che riusciamo a immaginare.
Il “cimitero dei vivi” che i padri costituenti volevano trasformare in un luogo dignitoso e operoso è in realtà ancora oggi un luogo in cui si consuma quotidianamente l’annullamento dei corpi e delle menti di chi ci abita.

Penso che il sovraffollamento carcerario non si sconfigga costruendo nuovi istituti, ma facendo in modo che in carcere ci finiscano meno persone, soprattutto se colpevoli di reati di lieve entità, favorendo le misure alternative alla detenzione e applicandole già nella sentenza di condanna, evitando il passaggio dal carcere. I provvedimenti di clemenza, pur auspicabili in alcuni momenti di particolare sovraffollamento, non sono la soluzione se il problema non viene risolto alla radice.

Il carcere dovrebbe essere l’ultima delle risposte punitive invece, purtroppo, è la prima.

La recidiva di un reato si riduce al 17% se si schiudono le porte del carcere adottando misure alternative mentre è del 67% se la detenzione viene scontata dietro le sbarre fino a fine pena.

Lavorare per la dignità delle condizioni di vita in carcere e per il reinserimento dei condannati significa lavorare per le vittime. Un carcere che produce libertà e abbatte la recidiva restituisce alla società una persona che non commette più reati. Questo significa interessarsi anche alle persone offese dal reato. Inoltre, sono moltissime, in questo periodo, le sperimentazioni sulla mediazione penale e la giustizia riparativa che coinvolgono le vittime e le aiutano nell’elaborazione del lutto.

Altri rimedi per attenuare la sofferenza estrema, illegale, che il carcere impone ai propri ospiti e ai propri dipendenti? Forse una strada c’è, ed è ben tracciata da un apparato normativo che dal 1975 ad oggi non ha mai smesso di imporre all’Amministrazione di costruire un quotidiano penitenziario basato sul riconoscimento dei diritti fondamentali della persona. Il che vuol dire, in sintesi, riconoscere al detenuto tutta la libertà possibile (di autodeterminazione, di decisione, di organizzazione, di movimento) compatibile con la presenza del muro di cinta. È il muro che segna la pena, qualunque altra restrizione è afflittività aggiuntiva, “contra legem”.

Quale “revisione critica del proprio passato” possiamo accertare in una persona che non è libera nemmeno di muoversi all’interno dell’istituto? Il carcere che funziona deve produrre la definitiva libertà dei propri abitanti e abbattere la recidiva.

L’emergenza carceri è subita anche da chi lavora negli istituti.
La polizia penitenziaria, gli educatori, i medici, gli infermieri si trovano a fronteggiare questa umanità dolente in pochi, in un periodo in cui gli affetti familiari reclamano la loro presenza a casa. E bisogna che chi dirige ne tenga conto, e non sacrifichi i diritti alle ferie e ai riposi sull’altare dell’emergenza.

Ci vuole coraggio, ma siamo sostenuti dalla legge; e, soprattutto, ribaltando, con una rivoluzione culturale, l’assetto organizzativo del carcere potremo finalmente sondare la capacità del detenuto di affrontare, progressivamente la libertà.

La comunità carceraria va riconosciuta come interlocutrice nel percorso della detenzione. All’interno, con gli abitanti, si discute, si dibatte sulle regole e sull’organizzazione della vita. Gli abitanti sono cittadini attivi, ancorché limitati nella libertà personale. Sono responsabili del loro spazio e del loro tempo recluso e vengono accompagnati verso una libertà consapevole e definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Il carcere è parte integrante della città, così come lo è una scuola o un ospedale e il rapporto con essa dev’essere di dare-avere. Il carcere vuol essere una risorsa per la città

Considerare il detenuto una persona capace di decidere, con cui stabilire un rapporto umano significativo, che non annienti la sua individualità, ma la riconosca, forse abbatte il rischio di suicidio. Ci si uccide non solo perché si sta stretti in cella, ma anche e soprattutto perché in galera nessuno davvero ti vede e ti riconosce.

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